Nei giorni scorsi avevo auspicato che al summit di Copenhagen USA e Cina trovassero un accordo sui tagli di emissioni di CO2, tanto meglio se marginalizzando l’Unione Europea e stuzzicando l’orgoglio di quest’ultima per avere un ruolo più attivo e autonomo sulla scena globale in futuro.

E’ quanto è accaduto, ma c’è poco da gioirne e io nei miei buoni auspici non avevo previsto il prevedibile. L’accordo tra USA e Cina è stato trovato all’ultimo momento. Obama è giunto a Copenhagen e in un gruppo ristretto (USA, Cina, Brasile, India e Sud Africa) è stata messa a punto una bozza nella quale ci si accorda di non accordarsi, o pressoché. Il G2 — il tandem USA e Cina, secondo una espressione di Brezinzski che indicherebbe il polo decisionale globale del futuro — è anche la coppia dei due più grandi inquinatori del pianeta, e non deve dunque stupire la povertà dei contenuti della bozza.

Eccone il succo:

- Riconoscimento della necessità di contenere l’aumento della temperatura globale sotto i due gradi centigradi rispetto alle medie dell’età pre-industriale.

- Versamento di trenta miliardi di dollari nei prossimi tre anni dai paesi ricchi ai paesi poveri per sostenere lo sforzo di contenere le emissioni.

- Versamento di cento milardi di dollari all’anno a partire dal 2020 per aiutare i paesi poveri a sostenere l’impatto del riscaldamento globale.

- Messa a punto di un metodo di misurazione e verifica dei tagli di emissioni da parte dei paesi in via di svilupppo (che la Cina ha già dichiarato di non accettare).

L’unica reale polpa dell’accordo è dunque puramente finanziaria. E bisogna aggiungere che niente garantisce che questi soldi non verranno sottratti dai bilanci della cooperazione con i paesi poveri. Inoltre giova ricordare il precedente degli Obiettivi del Millennio — ad esempio il dimezzamento della fame nel mondo nel 2015 — che verranno quasi tutti mancati perché gli impegni di contribuzione dei paesi ricchi sono rimasti per lo più lettera morta. L’Italia è un caso rimarchevole di paese generoso nelle promesse e inadempiente al momento dei pagamenti.

Le vere finalità di questo summit sono state mancate del tutto, e cioè determinare in modo vincolante quote massime di emissioni per rimanere sotto i livelli di concentrazione di CO2 (350 parti per milione), ritenuti necessari dalla comunità scientifica mondiale. E naturalmente non ci sarà la creazione di un’autorità sovranazionale capace di verificare e sanzionare le infrazioni.

La morale di questo fallimento — si spera solo temporaneo — è che l’ambiente non è come il commercio estero. In ambito WTO violazioni da parte di questa o quella nazione di norme sulla proprietà intellettuale o sulla tassazione di una merce sottoposta a libera circolazione portano subito a sanzioni draconiane. Le emissioni di biossido di carbonio, con il loro potenziale distruttivo sugli equilibri della biosfera, sono rimessi alla buona volontà degli inquinatori. Considerando le dimensioni della minaccia rappresentata dall’effetto serra sarebbe difficile immaginare un esempio più rivelatore delle vere priorità dell’agenda globale, e il peso del profitto privato su di esse.

Del resto l’enorme potere di condizionamento dell’industria dei combustibili fossili — vera origine del problema — non si rivela tanto o solo negli enormi sforzi tutt’ora in corso per negare i fondamenti teorici del riscaldamento globale attraverso una campagna iperfinanziata di disinformazione. Ancora più rivelatrice è la contraddizione di nazioni che dichiarano solennemente di accettare il principio della riduzione di emissioni — come dichiarato nella bozza licenziata a Copenhagen — proprio mentre si affannano con enorme dispiego di mezzi a ricercare nuovi giacimenti di combustibili fossili da sfruttare. Un articolo pubblicato su Nature ad aprile riportava calcoli effettuati da alcuni climatologi secondo cui, in base a stime molto prudenti, per non fare andare completamente fuori controllo il riscaldamento globale l’umanità può usare solo il 60% delle riserve di combustibile fossile ancora disponibili nella crosta terrestre.

Se la mediocrità degli esiti di Copenhagen ha qualcosa a che fare con la mancanza di democrazia, la presidenza danese ha una grossa resposabilità, avendo agito tutto il tempo per comprimere e coartare spazi di democrazia e partecipazione, particolarmente contro i paesi poveri e le organizzazioni della società civile. Ma è anche giusto ricordare le difficoltà strutturali di questo summit, riassumibili in poche cifre: 45.000 accrediti da parte dell’ONU, 193 nazioni partecipanti, tredici giorni in tutto per arrivare a un accordo! Il Congresso di Vienna durò dal novembre 1814 al giugno 1815, e si trattava solo di dividere l’Europa tra le poche potenze emergenti dalla fine dell’epoca napoleonica. E’ vero che a quei tempi le informazioni viaggiavano molto più lentamente, e più lenti erano i processi negoziali e decisionali. Ma considerando la complessità dei fattori tecnici, politici ed economici alla base del riscaldamento globale, la differenza di durata tra il Congresso di Vienna e Copenhagen non può non colpire.

Una lezione per il futuro è che se si vuole la democrazia globale occorre anche darsi i tempi e le istituzioni appropriate.

Inserito da: subecumene | 19/12/2009

Neodannunziani da strapazzo

Ricordo che ai tempi del governo Prodi, negli ambienti “dissidenti”, circolava l’invito a destra e a sinistra a superare le vecchie divisioni ideologiche ereditate dal Novecento e unire le forze per abbattere il governo in carica, che era solo un’estrema sopravvivenza del catechismo liberista degli anni 90.

Queste improbabili teorizzazioni non mi hanno mai impressionato. Da progressista posso stimare l’onestà e ammirare la lucidità di uno storico e pubblicista conservatore come Franco Cardini. Ma non vedo la necessità, da progressista, di fare un fronte unito con persone come lui. Al massimo, posso lavorare a un progetto autenticamente progressista aperto — eventualmente — all’aiuto e al sostegno di intellettuali come Cardini che non appartengono all’area progressista, ma che potrebbero trovare importanti punti di convergenza con questo progetto.

Ma era sul piano pratico che il discorso sul “superamento” di destra e di sinistra suonava per me completamente vuoto. Che cosa potevo fare più di quello che già facevo contro un governo che sono stato felice di veder cadere, sostenuto da forze politiche per le quali mi sono rifiutato di andare a votare nelle successive elezioni?

Ora c’è il governo Berlusconi, e ancora si sente parlare della necessità di “superare destra e sinistra”. Ma c’è un’importante variante. Voi vi aspettereste che ora ci si debba battere contro QUESTO governo, come allora ci si batté contro QUEL governo, per svelare la frode di un bipolarismo fasullo sotto la cui coltre si nascondono politiche sostanzialmente intercambiabili.

Oh no… no no no. Manco per sogno! Niente di tutto questo. Ora è necessario superare la divisione tra destra e sinistra per difendere QUESTO governo, contro l’assedio di poteri stranieri che odierebbero Berlusconi e cercherebbero di buttarlo giù perché — in base ad “analisi” deliranti e sgangherate, mirate a un tipo di cervello mentecatto che prospera in rete — l’attuale governo starebbe portando l’Italia fuori dai tradizionali condizionamenti della sovranità limitata, imposta da finanza anglosassone, massoneria, e asse strategico USA-Israele.

Non c’è sconcezza che Berlusconi o il berlusconismo militante possono compiere contro le istituzione della Repubblica, o contro il buon costume e la decenza democratica che farà ribollire di indignazione costoro. O guarderanno dall’altra parte, o addirittura ricorrereanno ai toni e agli argomenti dell’apologia.

Ma del resto le loro passioni polemiche non sono neanche rivolte alla pavida ed esangue opposizione del PD, geneticamente tentata dall’inciucio, e rappresentata mirabilmente dal sentarore Latorre che in tv passa i pizzini a un esponente del PDL per poter attaccare Donadi dell’Italia dei Valori.

Contro chi ce l’hanno costoro? Ce l’hanno con Travaglio, con Di Pietro, con Grillo, con Santoro, con il No B Day, … ovvero con tutti coloro che si stanno opponendo attivamente al processo di normalizzazione che consenta il superamento del “clima di odio”, continuando a denunciare il berlusconismo per quella patologia democratica che è. Finché costoro parlano e sono ascoltati il berlusconismo, nel suo evidente putridume, non potrà essere assimilato come fattore sano e costitutivo della nostra vita democratica.

Ora, io non so di preciso chi è che sta staccando gli assegni, per quali importi e girati su quali nominativi reali o di facciata. Che stia scorrendo del denaro non ho dubbi, che il “superamento di destra e sinistra” sia un fenomeno ampiamente mercenario è quanto mai probabile, ma non mi piace troppo insistere su cose che non posso provare.

Del resto la prostituzione intellettuale, così radicata nel nostro costume nazionale, non ha sempre bisogno di un immediato corrispettivo monetario. Dato che in Italia la disponibiltà a vendersi supera sempre di molto l’offerta, spesso la scelta d’obbligo è quella di schierarsi in modo discreto con gli interessi di chi ha soldi e potere. C’è sempre tempo per far valere i propri crediti di agente provocatore o pennivendolo. Gli avventurismi intellettuali sono opportunistici, ma non necessariamente miopi.

Per non parlare di quelli esulcerati per il deragliamento delle proprie carriere di “intellettuali progressisti” che oltre a vedere ora l’aprirsi un nuovo mercato fertilizzato dagli interessi di Silvio Berlusconi, possono anche sperare di saldare qualche vecchio conto con chi ha avuto più successo di loro. Se si potesse vedere l’invidia e la gelosia che rode certi fegati intellettuali…

Alle persone in buona fede tentate dal discorso di “superare destra e sinistra” per unire le forze contro “il vero potere” posso dire soltanto questo: se ai tempi del governo Prodi, in nome del vostro antiliberismo, avete creduto — come me — che abbattere quel governo fosse una priorità, come potete farvi infinocchiare ora da questi farabutti prezzolati che con le loro fanfaluche sui veri poteri occulti vogliono solo rendervi palatabile la sconcezza del berlusconismo? Non capite che tirando in ballo entità maligne e fantasiose che cospirano contro Berlusconi vogliono distrarvi dal vero scontro politico in Italia? Possibile che la loro isteria, in questi ultimi mesi caratterizzati dalle difficoltà di Berlusconi, non vi abbia aperto gli occhi?

Veramente volete diventare la contropartita di una compravendita tra il berlusconismo rampante e questi neodannunziani da strapazzo?

Inserito da: subecumene | 18/12/2009

Influenza suina al 38° parallelo

L’influenza A/H1N1 è almeno abbastanza seria da aver indotto il governo della Corea del Sud ad attenuare la linea dura sugli aiuti alla Corea del Nord dopo che, due anni fa, l’attuale presidente Lee Myung-bak, aveva congelato ogni assistenza.

Dopo che le autorità sanitarie del nord hanno dichiarato di aver riscontrato nove casi di influenza da A/H1N1 la Corea del Sud ha inviato oltre confine Tamiflu e Relenza, per un valore di 15.000 dollari, sufficiente per trattare almeno 500.000 persone.

Il congelamento degli aiuti è dovuto alla mancanza di passi in avanti nel negoziato per lo smantellamento dell’arsenale nucleare della Corea del Nord.

Nella Corea del Sud si ritiene che l’influenza suina sia molto più diffusa a nord di quanto le cifre ufficiali riportino.

Inserito da: subecumene | 18/12/2009

Amanda Knox e Donald Gates

Ricordo un articolo di Alexander Stille su Repubblica, nei giorni immediatamente successivi alla sentenza sul caso di Meredith Kercher, in cui si riportavano le critiche più frequenti che negli USA venivano fatte al sistema giudiziario italiano in questa occasione.

Qui e lì Alexander Stille faceva capire di trovare assai fondate queste critiche. Come ad esempio quando ricordava immagini dei nostri Tg, trasmesse anche negli USA, in cui si vedeva una donna della polizia scientifica italiana, che raccoglieva un capello sul letto in cui era stata uccisa Meredith tenendo i capelli sciolti, e dunque con il pericolo di alterare la scena del crimine. Le immagini avevano suscitato scalpore negli USA dove le indagini — ci assicura Stille — si svolgono in maniera “molto meticolosa”.

Nell’articolo si faceva poi una lista di casi celebri della giustizia italiana, dal mostro di Firenze a Cogne, in cui l’alternarsi di sospetti e proscioglimenti suggeriva un sistema legale alquanto disinvolto nel muovere le accuse.

La conclusione dell’articolo di Stille è che il Tribunale di Perugia non aveva provato “al di là di ogni ragionevole dubbio” la colpevolezza di Amanda Knox.

Ricordo che in questa e in altre occasioni il mio commento fu che, effettivamente, a dispetto dell’ottima difesa che dentro e fuori il Tribunale la famiglia di Amanda ha potuto mettere in campo, il suo caso non si è risolto come quello di O.J. Simpson. Tanto per ricordare un caso in cui il sistema giudiziario USA non aveva provato la colpevolezza “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Un’evenienza che sembra in qualche modo collegata al denaro che la difesa è in grado di spendere.

Ma questa risposta non mi soddisfaceva del tutto, dato che io sono convinto che è meglio avere un colpevole in libertà che un innocente in galera. Ma adesso posso dare un’altra risposta.

Donald Gates, un uomo di 58 anni che ha passato ventotto anni in galera negli USA per stupro e omicidio, è stato rilasciato alcuni giorni fa dopo che un esame del DNA ne ha provato l’innocenza. L’ordine di scarcerazione è stato firmato dallo stesso giudice la cui corte aveva emesso la sentenza di condanna.

All’uscita dal carcere Gates ha ricevuto alcuni abiti invernali, 75 dollari, e il biglietto dell’autobus per il ritorno a casa sua nell’Ohio. Dei 75 dollari ha dovuto sborsarne subito trenta per il taxi che lo ha portato dalla prigione alla stazione degli autobus.

Immagino che la colpevolezza di Gates, a differenza di O.J. Simpson, era stata provata “al di là ogni ragionevole dubbio” al termine di indagini condotte in modo “molto meticoloso”.

Ah, ho voluto lasciare per ultimo la foto di Donald Gates…

Inserito da: subecumene | 17/12/2009

Ridiamoci sopra

A suo tempo, in nome della libertà d’espressione, ho difeso il diritto di un giornale danese di presentare Maometto nelle vesti di un terrorista. Quindi adesso beccatevi questo:


Povero Giuseppe, non è facile essere all’altezza di Dio

Inserito da: subecumene | 17/12/2009

L’Europa DEVE tagliare le emissioni

Quanti tagli dovrebbe fare l’Europa alle proprie emissioni di CO2 di fronte alla evasività statunitense?

Non si può rispondere a questa domanda se prima non ci si chiarisce le idee su una questione fondamentale: ma ci crediamo o no al riscaldamento globale? Siamo d’accordo o non che non possiamo permettere che la temperatura media del pianeta salga di uno o due gradi?

Posta così la questione l’impostazione economicistica dell’Europa — quanti soldi dobbiamo rimetterci? quanti posti di lavoro possiamo perdere — non ha senso. Nella misura in cui le autorità politiche statunitensi sono completamente nelle mani delle lobby del combustibile fossile, l’Europa ha il dovere di assumere la leadership in una sfida che ha come posta in gioco la sopravvivenza dell’umanità.

La composizione chimica dell’atmosfera se ne infischia di considerazioni politiche o economiche. La contabilità dei costi imposti dai tagli necessari è un approccio miope e suicida. La classe dirigente europea deve saper superare il proprio economicismo e definire ORA nuovi parametri di sviluppo.

Non dobbiamo semplicemente tagliare le emissioni di gas serra. Dobbiamo riconvertire la nostra economia in maniera ecologicamente sostenibile.

Chi crede che queste siano solo parole, impossibili da tradurre in fatti, consideri due esempi:

1) Nonostante la Cina con le sue enormi emissioni sia uno deglin attori “problematici” del summit di Copenhagen, è anche la nazione che si sta mostrando più lungimirante sulle tecnologie verdi. E’ infatti la leader mondiale nel settore, e crede nella possibilità di creare nuovi posti di lavoro nell’economia sostenibile. E’ ammissibile che l’Europa si mostri più scettica della Cina sulla possibilità di riconvertire la propria economia in senso ecologico?

2) La parola “riconversione” non deve spaventare. Gli Stati Uniti entrarono nella Seconda Guerra Mondiale gravementre impreparati. Eppure furono capaci in soli sei mesi di riconvertire l’intera produzione nazionale in maniera tale da sostenere lo sforzo bellico. Non solo, l’economia di guerra fece molto di più del New deal rooseveltiano per far uscire il paese dalla recessione che aveva fatto seguito al crollo del 29.

L’economicismo alla base delle argomentazioni contro i tagli riflette non solo una mentalità priva della necessaria energia per affrontare le sfide poste dalla crisi ambientale, ma anche gli interessi che si sentono sfidati dalla necessità di riconvertire l’economia.

Inserito da: subecumene | 16/12/2009

A Natale si può fare di più

Ho sempre considerato bizzarro che questo paese in cui tutti fanno a gara a dirsi liberali sia forse quello in cui la tradizione liberale è la più cialtrona del pianeta.

Leggetevi qualche libro sull’avvento del fascismo per rendervi conto dello sforzo che la stragrande maggioranza dei “liberali” italiani fece per rendere presentabile il nuovo regime e stabilire con esso un comodo modus vivendi. Altro che antifascismo. Di quello, tra i liberali, se ne è visto un po’ solo dopo la caduta del fascismo e quando era ormai sicuro che stavano per arrivare gli alleati.

Cosa valga il liberalismo di oggi si può dedurre dalla grottesca denuncia del cosiddetto “clima di odio”, secondo cui si pretenderebbe di filtrare le parole dell’opposizione a seconda che veicolino buoni o cattivi sentimenti verso Papi. Ma manco Orwell…

Siamo arrivati all’estremo che neanche una dimostrazione tipica di goliardia come un tazebao alla facoltà di sociologia della Sapienza sfugga alla stretta censoria dei tg di regime (Rai+Fininvest). I bravi liberali dei miei stivali…

Ah, chiariamo che io non ci tengo affatto all’etichetta di liberale. Tenetevela pure tutta per voi. Io sono un populista di tipo sudamericano.

Inserito da: subecumene | 16/12/2009

Riforma sanitaria USA: il suicidio dei democratici

Ho già spiegato che la cosiddetta “riforma sanitaria” che Obama aveva promesso ai suoi elettori — e che ora è in discussione — risolverà il problema degli oltre quaranta milioni di americani senza assistenza sanitaria semplicemente rendendo obbligatoria l’assicurazione per le spese sanitarie. Il fatto che il governo fornirà sussidi ai più bisognosi non cancella l’alta probabilità che di fronte ai guadagni osceni delle assicurazioni private la riforma di Obama non farà che far lievitare ulteriormente i costi netti sostenuti dalle famiglie per essere curati quando stanno male.

Un blogger americano, Dave Johnson, ha commentato ciò con parole che meritano di essere tradotte:

L’ho detto l’altro giorno, e sento il bisogno di ripeterlo: la gente non ha ancora capito che il governo sta per ordinargli di comprare una polizza sanitaria, con il proprio denaro. Sì, il governo sta per ordinare a tutti di scucire centinaia di dollari al mese.

Quando i Repubblicani metteranno in moto la loro macchina di messaggi avvelenati, e la gente comincerà a capire che il governo sta per ordinare a tutti di scucire parecchio denaro ogni mese, è meglio che i Democratici si trovino un buon posto per nascondersi, perché la situazione si farà veramente brutta.

Questa è la politica che viene fuori quando i Democratici “di centro” cedono alle richieste dei Repubblicani e delle grandi compagnie e dell’1% ricco della popolazione. Invece di tassare giustamente compagnie e ricchi a tassi ragionevoli — migliorando di parecchio la nostra economia… a beneficio di ricchi e grandi compagnie — se ne vengono fuori con un piano che ordina alla gente normale di pagare l’assicurazione sanitaria che ora non hanno perché non possono permettersela.

Inserito da: subecumene | 15/12/2009

Chiamatemi pure radical chic

Foto ANSA

“… Sono con Té Sempre”

Té?

Inserito da: subecumene | 15/12/2009

I berluscones contro Facebook

Strano, per anni ho letto critiche a Facebook che lo dipingevano come uno strumento per piccoli borghesi depoliticizzati e qualunquisti. In queste critiche si insisteva sull’ossessione di Facebook perché la gente si trovi degli amici (piuttosto che scambiarsi idee e conoscenza), e sull’ideologia filistea che trasforma il rimettersi in contatto con un compagno del liceo in una esperienza di importanza trascendentale.

E’ una piattaforma che a me non è mai piaciuta e che non ho mai frequentato con assidità, e quindi non saprei dire quanto fondamento ci sia in quelle critiche. In genere tendo un po’ diffidare di chi legge in chiave ideologica cose che a me sembrano presentare caratteristiche tecniche neutre, più o meno gradevoli alle mie inclinazioni di utente. Anche se non mi piace, non capisco bene la ragione per cui Facebook dovrebbe attirare di più i qualunquisti piuttosto che gente appassionata di idee e dibattiti intelligenti. Particolarmente quando vedo gente di valore che ha account Facebook molto attivi.

E’ però divertente notare come in Italia Facebook stia diventando la bestia nera proprio di quegli ambienti politici che hanno fatto le proprie fortune sul filisteismo, sulla depoliticizzazione, sul conformismo, e su quello spirito piccolo borghese per cui le pagine di sport dei quotidiani sono sempre più importanti della politica, dell’economia, della cultura, della scienza e della tecnologia… almeno quando si comprano quotidiani. E mi riferisco naturalmente al berlusconismo.

Che le ancelle e i camerieri di Berlusconi (non quelli che lavorano a casa sua, ma quelli che siedono sui seggi del Parlamento o su una cadrega da ministro) in queste ore se la prendano così tanto con Facebook — l’ammazzasette dei new media e il più fulgido astro del Social Network System — è singolare per gente che deve tutto al potere mediatico del Boss. Non li vedo messi su una buona strada.

Inserito da: subecumene | 14/12/2009

Andate al diavolo!

Oggi il quotidiano della famiglia Berlusconi titolava a tutta pagina che i “mandanti morali” dell’aggressione al capo del governo sono “noti”.

A me non sono “noti”, e dato che che il Giornale è informato dovrebbe fare i nomi e i cognomi a beneficio della Procura della Repubblica. Non so, e non credo che il nostro codice penale contempli un reato di “mandante morale”, ma il reato di associazione a banda armata per scopi eversivi in Italia è stato usato in modo così elastico che forse persino Antonio Di Pietro o il titolare di un account di Facebook dedito allo sbeffeggiamento di Berlusconi dovrebbero finire in tribunale per aver fiancheggiato il partito armato.

Per conto mio se qualcuno si fa avanti per dire che la colpa di quello che è successo ieri è del “clima di odio contro Berlusconi” che avvelena il paese io lo mozzico e lo avveleno sul serio.

Il paese ufficiale, a destra e a sinistra, non ritenne di doversi interrogare su chi erano i mandanti delle sevizie e delle torture alla scuola Diaz o alla caserma di Bolzaneto nel 2001. Nessuno sollevò questioni su chi alimentava il “clima di odio” dietro i pestaggi della Polizia su persone che stavano esercitando il loro diritto costituzionale a protestare. Queste domande non se le pose neanche Di Pietro, oggi grande accusato di ingenerare l’odio civile nel nostro paese, e allora parlamentare della Repubblica che votò contro l’istituzione di una commissione di inchiesta sulle violenze della Polizia.

Forse ora l’opposizione parlamentare potrebbe almeno mostrare la dignità e la spina dorsale di rifiutare il ricatto morale che gli viene fatto da una destra al potere ben decisa a capitalizzare tutto l’utile politico che può venirgli dall’aggressione a Berlusconi.

Stiamo ai fatti. Per quello che ne sappiamo Massimo Tartaglia è un individuo che ha agito di testa sua al di fuori di qualunque organizzazione politica ufficiale o clandestina. Le indagini della Digos accerteranno questa circostanza, o porteranno alla luce elementi per ora ignoti. Fino ad allora non dovremmo guardare al gesto di Tartaglia per qualcosa di più di quello che appare.

Per quanto mi riguarda non attribuisco neanche eccessiva importanza ai suoi disturbi mentali. “Disturbi mentali”, nell’uso generico che si fa in genere di questa locuzione, significa tutto e non significa niente. Può significare che Tartaglia non sia in grado di intendere e di volere, o può significare che il suo disagio non alteri affatto le condizioni di una mente che può pianificare in piena coscienze e lucidità un atto di violenza.

Comunque non accetterò mai che questo episodio incrementi anche in minima parte la pressione che già esiste a limitare l’esercizio della libertà di espressione. Il capo dello stato ha fatto un appello alle parti perché “mantengano l’autocontrollo”. Credo che un dovere ancora più cogente da parte sua sarebbe quello di vigilare sul MIO diritto costituzionale a dire quello che penso, anche se non gli piace quello che dico.

Un cittadino italiano, che si chiami Berlusconi o no, ha il diritto di andarsene per le strade d’Italia senza che nessuno gli scagli oggetti metallici sul volto. Posso anche concedere che un leader politico debba vedersi garantito questo diritto con un supplemento di garanzie da parte degli organi di sicurezza dello stato. E questo è proprio quello che succede.

Le maglie della sicurezza attorno alla persona di Berlusconi stavolta non hanno funzionato. Non sono un esperto di queste cose e non saprei dire se l’accaduto è imputabile alla negligenza di qualcuno o se in un paese democratico la necessità di un leader di mostrarsi in pubblico renda in qualche misura ineliminalbile un certo margine di rischio. A Olof Palme andò molto peggio che a Berlusconi.

Ma l’unica risposta dignitosa che si può dare a chi vuole trasferire sugli avversari politici di Berlusconi la responsabilità dell’atto di Massimo Tartaglia è: andate al diavolo!

Inserito da: subecumene | 14/12/2009

Mi dispiace per Berlusconi

Mi dispiace sinceramente per quello che è accaduto ieri a Silvio Berlusconi.

Niente giustifica un simile atto di violenza contro una persona indifesa.

Neanche l’essere un simulacro di immoralità pubblica come lui.

Neanche l’essere il beneficiario di una scandalosa impunità come lui.

Neanche l’essere il catalizzatore di tutta la volgarità e il cattivo gusto nazionali come lui.

Neanche l’essere lo spregiatore di qualunque regola democratica come lui.

Neanche l’essere la vergogna dell’Italia davanti al mondo come lui.

Al massimo una torta in faccia…

Inserito da: subecumene | 13/12/2009

Cap and Dividend

Ho definito demagogica l’iniziativa della senatrice statunitense Maria Cantwell, democratica, che si era rivolta al dipartimento di stato per accertare se Amanda Knox avesse ricevuto in Italia un giusto processo.

Mi sembra equo riferire che ieri, insieme alla senatrice repubblicana Susan Collins, ha presentato un disegno di legge sulle emissioni di gas serra interessante, ribattezzato Cap-and-Dividend.

In pratica, chi vuole inquinare emettendo CO2 nell’atmosfera dovrà pagare, e il prezzo, da stabilire all’asta, sarà tale da rendere più vantaggioso uno spedito passaggio alle tecnologie verdi. Brokers e speculatori di Wall Street saranno tenuti accuratamente fuori dalle trattative, a differenza di quanto accadrebbe col sistema Cap-and-Trade.

In questo momento di difficoltà finanziarie per le famiglie americane il disegno stabilisce che tre quarti dei proventi della vendita dei permessi di emissione dovrà andare direttamente alle famiglie. Il resto finanzierà le ricerche sull’energia pulita.

Il modello di riferimento per questi dividenti pagati direttamente al cittadino è una legge dello stato dell’Alaska per cui i residenti ottengono ognuno 1.300 dollari l’anno provenienti dalle royalties che il governo incassa dall’industria del petrolio.

Il punto debole di questo disegno di legge è che le emissioni da mettere all’asta sono contingentate, e in quantità troppo bassa per avere un significato all’interno dello sforzo globale di riduzione delle emissioni. Ma se passa il principio le quantità possono essere riviste al rialzo.

Inserito da: subecumene | 12/12/2009

Avete ancora dei dubbi su chi siano i bugiardi climatici?

Delle parole di tante persone che continuano a negare il riscaldamento globale e la sua origine nelle attività economiche umane mi infastidisce non tanto la diversità della loro opinione rispetto alla quasi totalità della comunità scientifica, ma il tono saccente con cui descrivono un intero pianeta che sarebbe caduto in preda di un nuovo sciocco dogma climatico.

E questo quando si moltiplicano gli articoli negli USA che documentano come il negazionismo in materia di riscaldamento globale presenta una continuità impressionante non solo nei metodi, ma spesso persino nelle persone e nelle strutture lobbistiche della campagna con cui, a partire dagli anni cinquanta, l’industria del tabacco ha cercato di fare fronte al danno economico che gli veniva dai primi rapporti scientifici sui danni alla salute del tabagismo.

Verrebbe da rispondere che se ci sono interessi illegittimi in gioco, questi andrebbero cercati presso quelli che stanno mettendo i soldi — e cioè l’industria dei combustibili fossili — per produrre e mettere in circolazione pretesti per non affrontare il problema.

Occorre davvero dare un’occhiata a quello che sta accadendo a Copenhagen per rendersi conto di quanto piacerebbe ai governi dei paesi ricchi di potersi crogiolare nell’illusione che la nostra biosfera non corra rischi, e come invece siano costretti — contro tutti i propri impulsi — a riunirsi e dare almeno una parvenza di sforzo nel risolvere il problema.

Prendete la posizione degli USA sulla questione del Cap-and-Trade. Gli Usa, se dipendesse da loro, non taglierebbero nulla. Ma si dicono disposti a pagare altri paesi perché, con l’adozione di tecnologie verdi, questi taglino le proprie emissioni. Che differenza fa, trattandosi di un problema globale?

Si obietta però che questo sistema rischia di diventare così farraginoso e incontrollabile da permettere il fenomeno del doppio conteggio. Ossia, se gli USA facessero un accordo del genere con l’India per la riduzione di un tot di emissioni, entrambi potrebbero contare quel taglio sul proprio debito climatico, facendo risultare 2 quando in realtà è 1.

Altro problema. I parametri per la valutazione delle emissioni risalgono agli anni 90, quando l’URSS era una grande potenza industriale ed emetteva una quantità enorme di Co2. A seguito della dissoluzione di quel sistema vi è stato un processo di deindustrializzazione che ha abbassato, verosimilmente, il livello complessivo di emissioni. Ma gli stati interessati a vendere agli USA i propri tagli si rifiutano di revisionare le vecchie stime. Col risultato che gli USA potrebbero acquistare tagli di emissioni che non esistono più in quell’area.

La contabilità climatica non è tenuta in partita doppia.

Vi è dunque un enorme spreco di energie diplomatiche per arrivare a un papocchio che dia l’illusione di una soluzione, senza in effetti prendere gli impegni che sarebbero necessari per una risposta che soddisfi i criteri scientifici dei climatologi.

Non credete che se si potesse ancora cincischiare con i dati sulla composizione chimica dell’atmosfera i principali inquinatori del pianeta preferirebbero impiegare queste energie in una campagna di pubbliche relazioni volta a togliere dalla mente della gente il problema del riscaldamento globale? La cosa è possibile dato che negli USA il numero delle persone che crede nel riscaldamento climatico è sceso drammaticamente negli ultimi 12 mesi.

George W. Bush — la cui famiglia è legata a doppio filo con gli interessi delle compagnie petrolifere — lanciò una delle più grandi campagne di disinformazione della storia sulle armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein. E cercò di fare altrettanto anche con il riscaldamento globale, colando a picco gli accordi firmati da Clinton nell’ambito del Protocollo di Kioto. Ma alla fine, sia pur continuando a scantonare da ogni impegno, dovette ammettere la realtà del riscaldamento globale e della sua natura antropogenica.

Non credete che avrebbe preferito continuare a mentire anche su quello?

Inserito da: subecumene | 11/12/2009

H1N1: la cosiddetta “bolla di sapone”

Non credo di dover spiegare quanto poco mi piaccia questo governo, ma non mi sembra di potergli muovere rimproveri per come ha gestito l’emergenza dell’influenza A/H1N1. Alcuni problemi nella distribuzione del vaccino sono imputabili alla struttura regionalizzata e burocratizzata del nostro sistema sanitario.

Era quindi curioso leggere ieri un articolo sulla prima pagina del quotidiano della famiglia Berlusconi, Il Giornale, che presentava la pandemia come una bolla di sapone allarmistica che i fatti hanno fatto esplodere. Magari nell’articolo ci si sarebbe potuto aspettare una critica al ministro, che non ha per tempo informato gli italiani che era tutta una roba da ridere.

Al solito, veniva dispiegato l’argomento ciarlatanesco delle “stime” fatte all’apparire della pandemia in aprile secondo cui potevano morire anche “due miliardi” di persone. E si citava questa cifra come se fosse una previsione.

Naturalmente il cosiddetto “allarmismo” è tutta un’invenzione del partito contro i vaccini e dell’antiscienza. L’allarme — per usare il termine esatto — era dovuto a fattori del tutto ragionevoli, come l’anomala stagionalità, il fatto che colpisse i giovani e l’elevata capacità di trasmissione di un ceppo influenzale che nel 1918-19 aveva causato il decesso di 50 milioni di persone (o forse persino 100, secondo stime più recenti).

Quando nell’imminenza di una epidemia infettiva i medici ipotizzano lo scenario peggiore, ciò che gli ignoranti chiamano “allarmismo”, è chiamato dalle persone informate “prevenzione e profilassi”.

Ma anche stando ai dati reali, quand’è che si può dire che una malattia è una sciocchezza, e quando che è una cosa seria?

Il CDC, l’ente di controllo statunitense sulle malattie e le infezioni, ha appena riferito che nel periodo che va dal 30 agosto al 28 Novembre negli USA ci sono stati stati 31.320 ricoveri, e che i decessi correlati all’H1N1 sono stati 1.336. Fuori dal periodo dell’influenza stagionale sono morti per l’influenza A 250 bambini, una cifra che supera i decessi combinati di bambini nelle due precedenti influenze stagionali.

Se dati come questi fossero dovuti ad una calamità naturale o di altro genere (ad esempio una frode alimentare) per la quale il governo potesse essere accusato di negligenza e trascuratezza, che accuse sentiremmo in quel caso?

E’ possibile sapere l’esatto numero di morti al di sotto del quale possiamo esimerci dal prendere misure preventive e farci una risata?

Articoli precedenti »

Categorie