Nei giorni scorsi avevo auspicato che al summit di Copenhagen USA e Cina trovassero un accordo sui tagli di emissioni di CO2, tanto meglio se marginalizzando l’Unione Europea e stuzzicando l’orgoglio di quest’ultima per avere un ruolo più attivo e autonomo sulla scena globale in futuro.
E’ quanto è accaduto, ma c’è poco da gioirne e io nei miei buoni auspici non avevo previsto il prevedibile. L’accordo tra USA e Cina è stato trovato all’ultimo momento. Obama è giunto a Copenhagen e in un gruppo ristretto (USA, Cina, Brasile, India e Sud Africa) è stata messa a punto una bozza nella quale ci si accorda di non accordarsi, o pressoché. Il G2 — il tandem USA e Cina, secondo una espressione di Brezinzski che indicherebbe il polo decisionale globale del futuro — è anche la coppia dei due più grandi inquinatori del pianeta, e non deve dunque stupire la povertà dei contenuti della bozza.
Eccone il succo:
- Riconoscimento della necessità di contenere l’aumento della temperatura globale sotto i due gradi centigradi rispetto alle medie dell’età pre-industriale.
- Versamento di trenta miliardi di dollari nei prossimi tre anni dai paesi ricchi ai paesi poveri per sostenere lo sforzo di contenere le emissioni.
- Versamento di cento milardi di dollari all’anno a partire dal 2020 per aiutare i paesi poveri a sostenere l’impatto del riscaldamento globale.
- Messa a punto di un metodo di misurazione e verifica dei tagli di emissioni da parte dei paesi in via di svilupppo (che la Cina ha già dichiarato di non accettare).
L’unica reale polpa dell’accordo è dunque puramente finanziaria. E bisogna aggiungere che niente garantisce che questi soldi non verranno sottratti dai bilanci della cooperazione con i paesi poveri. Inoltre giova ricordare il precedente degli Obiettivi del Millennio — ad esempio il dimezzamento della fame nel mondo nel 2015 — che verranno quasi tutti mancati perché gli impegni di contribuzione dei paesi ricchi sono rimasti per lo più lettera morta. L’Italia è un caso rimarchevole di paese generoso nelle promesse e inadempiente al momento dei pagamenti.
Le vere finalità di questo summit sono state mancate del tutto, e cioè determinare in modo vincolante quote massime di emissioni per rimanere sotto i livelli di concentrazione di CO2 (350 parti per milione), ritenuti necessari dalla comunità scientifica mondiale. E naturalmente non ci sarà la creazione di un’autorità sovranazionale capace di verificare e sanzionare le infrazioni.
La morale di questo fallimento — si spera solo temporaneo — è che l’ambiente non è come il commercio estero. In ambito WTO violazioni da parte di questa o quella nazione di norme sulla proprietà intellettuale o sulla tassazione di una merce sottoposta a libera circolazione portano subito a sanzioni draconiane. Le emissioni di biossido di carbonio, con il loro potenziale distruttivo sugli equilibri della biosfera, sono rimessi alla buona volontà degli inquinatori. Considerando le dimensioni della minaccia rappresentata dall’effetto serra sarebbe difficile immaginare un esempio più rivelatore delle vere priorità dell’agenda globale, e il peso del profitto privato su di esse.
Del resto l’enorme potere di condizionamento dell’industria dei combustibili fossili — vera origine del problema — non si rivela tanto o solo negli enormi sforzi tutt’ora in corso per negare i fondamenti teorici del riscaldamento globale attraverso una campagna iperfinanziata di disinformazione. Ancora più rivelatrice è la contraddizione di nazioni che dichiarano solennemente di accettare il principio della riduzione di emissioni — come dichiarato nella bozza licenziata a Copenhagen — proprio mentre si affannano con enorme dispiego di mezzi a ricercare nuovi giacimenti di combustibili fossili da sfruttare. Un articolo pubblicato su Nature ad aprile riportava calcoli effettuati da alcuni climatologi secondo cui, in base a stime molto prudenti, per non fare andare completamente fuori controllo il riscaldamento globale l’umanità può usare solo il 60% delle riserve di combustibile fossile ancora disponibili nella crosta terrestre.
Se la mediocrità degli esiti di Copenhagen ha qualcosa a che fare con la mancanza di democrazia, la presidenza danese ha una grossa resposabilità, avendo agito tutto il tempo per comprimere e coartare spazi di democrazia e partecipazione, particolarmente contro i paesi poveri e le organizzazioni della società civile. Ma è anche giusto ricordare le difficoltà strutturali di questo summit, riassumibili in poche cifre: 45.000 accrediti da parte dell’ONU, 193 nazioni partecipanti, tredici giorni in tutto per arrivare a un accordo! Il Congresso di Vienna durò dal novembre 1814 al giugno 1815, e si trattava solo di dividere l’Europa tra le poche potenze emergenti dalla fine dell’epoca napoleonica. E’ vero che a quei tempi le informazioni viaggiavano molto più lentamente, e più lenti erano i processi negoziali e decisionali. Ma considerando la complessità dei fattori tecnici, politici ed economici alla base del riscaldamento globale, la differenza di durata tra il Congresso di Vienna e Copenhagen non può non colpire.
Una lezione per il futuro è che se si vuole la democrazia globale occorre anche darsi i tempi e le istituzioni appropriate.