Ogm e lungo periodo

Da una mia iniziale contrarietà pressoché assoluta agli ogm sono passato a un atteggiamento più flessibile quando mi sono accorto che paesi come Francia e Italia sono fieri avversari di queste colture perché vedono in esse una minaccia alla propria posizione di leader nel settore agroindustriale. Un po’ come quando l’Italia dice che il latte prodotto a sud delle Alpi è il migliore del mondo solo per proteggersi dalla devastante concorrenza francese e olandese, che non è possibile arrestare neanche con il sistema delle quote (voluto praticamente solo da noi).
Il discorso sugli ogm è molto complesso e ora vorrei discuterne un solo aspetto. Avendo raccolto informazioni in merito sono giunto alla conclusione che i suoi avversari hanno un solo valido argomento da opporre: quello degli effetti nel lungo periodo.
Secondo questo argomento organismi che hanno impiegato migliaia di anni (o centinaia, nelle varietà animali e vegetali domestiche) per sviluppare determinate caratteristiche genetiche, hanno interagito per tutto il tempo con un ambiente che rimandava indietro un feedback capace di certificare il potenziale adattativo dei nuovi geni. Di conseguenza la nuova varietà si inseriva nell’ambiente capace di sopravvivere, e soprattutto capace di non alterare in modo troppo pernicioso l’equilibrio ecologico preesistente.
Con il Dna ricombinante tutto ciò viene a mancare. L’alterazione genetica avviene non più in un habitat naturale ma in laboratorio, e in tempi immediati. Se introduciamo questo organismo nell’ambiente siamo in grado di cogliere solo conseguenze contigue in termini spazio-temporali — e forse neanche tutte — ma non vediamo le ripercussioni più remote.
L’argomento mi pare sensato. Una buona analogia è quella dell’instabilità che può provocare al nostro computer l’installazione di una nuova add-on che lì per lì sembra funzionare bene, ma che prima o poi dà problemi per via di conflitti di memoria che qualche parte del suo codice produce nell’interazione con il sistema operativo o altre applicazioni. Con una differenza: che mentre sul nostro Pc possiamo fare operazioni guidate di disinstallazione che rimuovano in modo netto il problema, l’immissione di nuovi geni nell’ambiente può essere irreversibile.
L’unico problema che ho con questo argomento è che esso viene spesso invocato come pietra tombale sull’intero discorso ogm, e contiene sottotoni apocalittici che sottintendono una visione mistica della natura: “Madre Natura non vuole che giochiamo agli apprendisti stregoni”.
Se pensiamo all’enorme posta in gioco — ad esempio la possibilità di coltivare specie vegetali nelle aree desertiche o nelle tundre polari — mi sembrerebbe più ragionevole sviluppare strumenti di monitoraggio e controllo che estendano nel lungo periodo la nostra capacità di intervento per risolvere i problemi.
Perché gli aneddoti non funzionano

Se dovessi indicare un solo obiettivo da conseguire attraverso un corso accelerato di pensiero critico rivolto alla gente comune mi pronuncerei per l’instillazione di una sana diffidenza verso l’aneddotico. Per aneddotico intendo quel prodursi di eventi singoli — di cui si ha conoscenza per esperienza diretta o sentito dire — che dovrebbe fornire un argomento a favore o contro una certa teoria.
Una frase come “non mi importa cosa dicano gli altri dell’agopuntura, perché io l’ho provata e so che funziona” è un esempio di affermazione aneddotica. La diffidenza che sarebbe bene nutrire verso proposizioni del genere:
1) Non presume l’insincerità di chi sta parlando
2) Non presume la sua scarsa intelligenza
3) Non si basa sul partito preso che l’agopuntura non abbia validità terapeutica
Semplicemente, la testimonianza di una singola persona non ha valore nel definire una questione come la validità di un metodo di cura. E questo vale anche per quella persona stessa, perché la quantità e qualità di informazioni che è possibile ricavare dall’esperienza diretta — la sintomatologia — non permette in questi casi di dedurre un’azione terapeutica reale. In un settore ad alta conflittualità come l’autismo l’argomento aneddotico si presenta spesso in forme che costituiscono un efficace appello alle emozioni, come quando si dice “nessun medico può spiegare a una mamma cosa fa bene e cosa fa male al suo bambino, perché nessun medico osserva quel bambino con l’attenzione scrupolosa di sua madre”. Ma questo dimostra solo che benché ci possa essere molta verità in un’affermazione aneddotica, quest’ultima non cessa per questo di essere tale.
La scienza — e molto più oggi che in passato — serve a fornire un ampliamento del sistema percettivo. Il nostro apparato sensoriale svolge una funzione molto efficace nel raccogliere dal nostro ambiente informazioni che ci permettano di adattarci a esso. Ma ciò solo a un livello molto elementare. L’adattamento all’ambiente dell’homo sapiens del XXI secolo prevede, tra le altre cose, che questo sappia costituirsi una difesa efficace contro l’assalto di virus e batteri. Ma l’azione di virus e batteri sul suo organismo non cade nel campo della nostra comune percezione, non fosse altro perché si tratta di minacce biologiche troppo piccole per essere scorte a occhio nudo. C’è dunque la necessità di predisporre strumenti di indagine microscopica. Inoltre la conoscenza scientifica è principalmente di natura induttiva, è fatta cioè di generalizzazioni tratte dall’osservazione dei singoli casi. Dunque la scienza:
1) Fornisce i mezzi per l’osservazione di ciò che elude il normale funzionamento dei sensi
2) Compie l’elaborazione statistica che individua costanti e regolarità nel multiforme manifestarsi dei casi individuali
Il punto 1) e il punto 2) permettono di capire perché l’aneddotico non può essere d’aiuto nella soluzione di quei problemi che richiedono un approccio scientifico.
Elementi di psicologia complottista
Per iniziare una riflessione sistematica sulla psicologia del complottista, è bene definire il campo d’indagine. Supporrò che sia abbastanza chiaro cosa si intenda per “complottismo”. Forse una ricognizione semantica di questo termine sarebbe opportuna, ma me ne occuperò in un altro momento. Il fenomeno in sé è abbastanza chiaro a tutti.
Portando l’attenzione sull’aspetto psicologico del problema si impone una prima distinzione. Un sociologo o un esperto di scienze cognitive sarebbero soprattutto attratti dalla credenza e dal sistema di credenze che dà forma a una mentalità complottista: quali sono i caratteri salienti di una credenza complottista? Come nasce? Come si sviluppa ed evolve nel contesto socioculturale in cui mette radici? Come reagisce di fronte ad evidenza contraria? In che modo coinvolge funzioni come la percezione, la memoria, l’immaginazione? Per contro, prescindendo dal fenomeno della credenza, si impone all’attenzione il tema delle motivazioni fondamentali: perché una persona diventa un complottista? Che esigenze intellettuali o emotive soddisfa il complottismo? Quali sono i tratti profondi di personalità che accomunano i complottisti? Queste domande sono piuttosto il campo di studio di uno psicologo dinamico, o magari anche di un biologo evoluzionista che si chiede se la condizione di complottista possa presentare dei vantaggi adattativi. E’ impossibile definire la psicologia complottista tralasciando uno questi due aspetti, ma è bene tenerli distinti se vogliamo procedere in modo chiaro.
E’ bene anche ricordare quanto sia vario il fenomeno complottista. Teorie della cospirazione come quelle che riguardano l’assassinio di JFK, del presunto mancato allunaggio dell’Apollo 11, o dell’”inside job” dell’11 settembre appaiono più “serie” rispetto a quelle sul dominio globale degli Illuminati, il via vai di Ufo nei nostri cieli, o la razza rettiliana che da sempre presta i suoi membri alla elite politica e finanziaria che regge il mondo. Il primo gruppo usa concetti non troppo dissimili da quelli in uso nelle aree del dissenso politico e della critica radicale all’establishment. Nel secondo caso abbiamo invece a che fare con manifestazioni che presentano tutti i tratti del delirio paranoide, e che invocano l’uso della terminologia psicopatologica per una loro compiuta caratterizzazione.
L’humus complottista non sembra presentare tendenze ideologiche più marcate a destra o a sinistra, e dunque gli adepti hanno provenienze politiche assai diverse, anche se non sono al corrente di studi che abbiano quantificato le diverse aree di appartenenza. Ma le credenze complottiste in sé possono essere studiate secondo il crogiuolo politico-ideologico che ha dato loro vita. In genere la credenza di una casta occulta che maneggia il potere dietro le quinte e rispetto al cui volere le istituzioni e i governi sono solo una finzione per ingannare le masse proviene dall’estrema destra e dal fondamentalismo religioso statunitense. Le credenze che invece spingono a stili di vita “alternativi”, o “naturali”, e che presentano — ad esempio — la medicina moderna tutta intera come una frode sulla salute della gente, appartengono a tendenze New Age o post-moderne che sono piuttosto degenerazioni o innesti su precedenti ideologie di sinistra. Ma questa distinzione riguarda solo l’incubazione della credenza: quando si considerano gli adepti effettivi le linee di frontiera ideologica si fanno confuse. Non è un caso che gli attuali teorici del superamento della distinzione otto-novecentensca fra destra e sinistra sono per lo più entusiasti complottisti.
Un altro tema di rilievo è la distinzione tra il produttore e il consumatore di credenze complottiste. Dati i fatturati non trascurabili dell’industria complottista non ci sarebbe da stupirsi se chi scrive libri o fa dvd complottisti non creda affatto a ciò che scrive, limitandosi a confezionare un prodotto che ha una buona accoglienza sul mercato. E’ ovvio che questa venalità della motivazione esula dal nostro interesse per la psicologia complottista, che presume naturalmente un certo grado di buona fede, per la quale si può essere sicuri solo con i consumatori (cioè quelli disposti a tirare fuori i soldi). Ma sarebbe ingiusto credere che tutti i produttori di credenze complottiste siano in mala fede, e nel caso che non lo siano si presenta l’interessante problema di una combinazione tra inclinazione complottista e capacità di leadership intellettuale all’interno della comunità complottista. Sono soggetti interessanti da studiare.
Contributi e segnalazioni da parte dei lettori del blog saranno assai graditi.
La meritata fine ignominiosa di Andrew Wakefield
Di Andrew Wakefield e degli sciocchi che hanno creduto alla sua teoria secondo cui il vaccino trivalente contro morbillo orecchioni e scarlattina provoca l’autismo mi sono già occupato. Penso che possiamo definitivamente archiviare questa storia con un articolo del Sole 24 ore:
Il giornale medico TheLancet ha formalmente ritirato oggi il paper causa di una battaglia internazionale durata 12 anni sui possibili collegamenti tra autismo e vaccino per morbillo, parotite e rosolia (Mpr), detto “trivalente”.
L’articolo, pubblicato nel 1998 e scritto dal medico britannico Andrew Wakefield, sostiene che il vaccino trivalente possa essere causa di infezioni intestinali a loro volta legate alla sindrome di Kanner, altro nome per indicare l’autismo.
Le sue affermazioni hanno causato uno dei più grandi contenziosi nella storia della medicina e hanno portato ad una forte diminuzione del numero di vaccinazioni negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in altre parte dell’Europa, con un immediato aumento dei casi di morbillo.
«E’ ormai chiaro che diversi punti del lavoro del 1998 di Wakefield … sono scorretti», dice in un comunicato stampa il giornale scientifico noto in tutto il mondo. Una commissione disciplinare del Comitato medico generale britannico ha sentenziato la settimana scorsa che Wakefield presentò la sua ricerca in modo «irresponsabile e disonesto» e ha «ignorato insensibilmente» la sofferenza dei bambini oggetto dello studio.
Repubblica omeopatica
Repubblica sta vendendo interi paginoni di copertina a organizzazioni di omeopati. Possiamo dedurne che l’industria italiana dell’omeopatia è fiorente. Questo non è marketing da pochi soldi.
L’omeopatia. Se riesci a credere che un principio attivo abbia su di te un’efficacia terapeutica anche quando non è fisicamante presente nel preparato omeopatico somministrato allora puoi credere all’omepatia. E a tante, tante, tante altre cose.
Dire che non è “fisicamente presente” non è esatto. In realtà è così diluito che il chimico più abile non sarebbe in grado di distinguere un preparato omeopatico dall’acqua comune. Anche quando sapesse qual’è la sostanza in diluizione.
Sottoporsi a un trattamento omeopatico significa bere acqua e aspettarsi di essere guarito da essa. A Lourdes funziona, perché non dovrebbe funzionare con l’omeopatia?
Però sui paginoni di Repubblica gli omeopati si fanno fotografare con camice bianco e stetoscopio.
Vaccinazione e cultura antiautoritaria
Alle voci di un cessato allarme sulla pandemia H1N1 il movimento antivaccinazione internazionale ha reagito come una scolaresca a cui il preside ha mandato a dire che domani non c’è scuola perché è in programma una disinfestazione. Ecco finalmente la prova che l’allarme pandemico era una bufala organizzata ad arte dalle case farmaceutiche! Adesso si può festeggiare, non perché la letalità del virus si è dimostrata bassa, ma perché tutti possono vedere che c’è del marcio in Danimarca, come gli antivaxer avevano annunciato.
Lo scomposto tripudio è comprensibile. Se da una parte il nucleo di ignoranza e inesorabile tendenza al sofisma degli antivaxer si è dimostrato energico ed efficace nella propria campagna di disinformazione, dall’altra la reazione di chi difende una medicina a base scientifica (immancabilmente sostenitrice dei vaccini) ha anch’essa segnato i suoi punti. Col passare dei mesi, infatti, alcuni cavalli di battaglia degli antivaxer — ad esempio la nocività di coadiuvanti come lo squalene e il thimerosal — sono stati abbandonati, di fronte alla mole travolgente di argomenti contrari. In effetti, a fare del terrorismo sui coadiuvanti sono rimaste solo le frange degli antivaxer più stupidi. Tutti gli altri avrebbero avuto un’ottima occasione per tacere e riconsiderare la propria posizione con un po’ di serietà, ma non hanno fatto né l’uno e né l’altro: abbandonato il fronte ormai perduto dei coadiuvanti, hanno ripiegato su quello più sicuro dell’”esagerato” allarme.
Che questo fu dato nell’aprile scorso, col manifestarsi in Messico di un nuovo ceppo H1N1 ad elevato potenziale di contagio, e che produsse subito numerose vittime fuori dai gruppi tradizionalmente a rischio, fa parte di quelle cronistorie che hanno sempre scarso peso presso uditori che fanno fatica a ricordare anche quello che è successo una settimana fa. Il genere di uditori che gli antivaxer amano.
La mia mente è stata attraversata dal pensiero che il movimento contro le vaccinazioni ha qualche analogia con gli aspetti più controversi del 68. La contestazione del 68 ebbe il merito di constestare duramente il principio d’autorità, particolarmente all’interno dell’Università. Ma un antiautoritarismo assoluto è sterile, perché in ogni società sufficientemente evoluta e strutturata l’autorità svolge anche funzioni positive.
Esaminiamo questo punto in ambito medico. Se a seguito di un’infezione batterica — ad esempio un ascesso — prendiamo un antibiotico, è buona norma dare un’occhiata al foglietto illustrativo. Ma per quanto questo possa essere ben scritto è difficile che potremo ricavare informazioni dettagliate sull’azione che il principio attivo compie nel nostro organismo, così da permetterci di dire: “So come funziona”. I foglietti illustrativi non danno queste informazioni, perché non è il loro scopo.
E’ anche vero che l’abbondante flusso di informazioni che la società mette oggi a disposizione di tutti permette alla persona che ha una seria curiosità scientifica — anche senza essere uno specialista — di colmare quella lacuna, e farsi un’idea abbastanza buona di come funziona un antibiotico. Una volta gli italiani avevano la passione delle enciclopedie mediche, e questo era uno dei loro pochi vezzi in campo culturale degni di lode.
In genere, però, per assimilare un farmaco si ritiene sufficiente la prescrizione del medico curante e una attenta lettura del foglietto illustrativo. Possiamo lodare lo zelo informativo di chi desidera sapere in modo dettagliato come agirà un antibiotico sul suo organismo, ma non è strettamente necessario, e comunque la vita quotidiana ci mette continuamente nella necessità di dover fare fiducia agli esperti: chi è che rimane a terra e non prende l’aereo solo perché non ha afferrato bene il concetto di portanza alare su cui si basa il volo?
Ma rimaniamo in campo medico. Nella stragrande maggioranza dei casi il rapporto tra medico e paziente è un rapporto tra chi sa e chi non sa. E il medico rappresenta un’autorità agli occhi del paziente proprio perché sa cose che il paziente ignora.
E’ in ciò che vedo un’analogia tra l’antiautoritarismo sessantottino e il movimento antivaccinazione. Quest’ultimo si inorgoglisce per la propria tendenza antiautoritaria nel farsi beffe dell’autorità medica, ma esattamente come i sessantottini si mostra assai disinvolto nell’ignorare i problemi che sorgono dall’ignorare il divario che esiste tra chi sa e chi non sa.
Abbiamo dunque l’italiano — escludendo gli ipocondriaci — che compulsa l’enciclopedia medica o visita i siti Internet di medicina per saperne di più e poter valutare criticamente anche le parole del proprio medico curante, sentendo di avere una responsabilità non cedibile verso il proprio stato di salute. E abbiamo l’antivaxer, che gode di farsi beffe della figura del medico, essendosi convinto — chissà come — di aver eliminato il divario di conoscenze che caratterizza le loro rispetive posizioni.
Il primo è una persona seria, il secondo è un pagliaccio.
Povero Giacomo
Ho appena visto una pubblicità della Regione Marche che cerca di attirare turisti facendo recitare a Dustin Hoffman l’Infinito di Leopardi.
Se vogliamo rilanciare i classici della letteratura italiana eccomi qui pronto a fare la mia parte. Ma cominciamo col rispettarli. Recanati — e suppongo le Marche, per estensione — erano per Giacomo il “natìo borgo selvaggio”, ovvero un posto in cui gli faceva schifo vivere. E infatti tagliò la corda appena poté rendersi indipendente dalla sua famiglia.
Il vero senso di quella pubblicità, in base a una corretta esegesi, sarebbe: “Signore e signori, venite a visitare le Marche, la regione che dava la nausea al più intelligente dei suoi figli: Giacomo Leopardi”.